Il Vesuvio entra nella storia della vulcanologia con l'eruzione del 79 d.C. Essa inizia con la formazione di un'alta colonna di gas, cenere e lapilli, così descritta da Plinio, che da Miseno (20 km dal vulcano), la può osservare in tutto il suo sviluppo: "La nube (...) a forma di pino, si sollevava alta nel cielo e si dilatava come emettendo rami". Intere città, tra le quali Pompei ed Ercolano, vengono distrutte. I prodotti eruttati dal Vesuvio ricoprono i campi, riempiono le vie, le case e i templi delle città. Dopo l'eruzione del 79 sul Vesuvio cade un lungo silenzio e la prima notizia di una sua persistente attività ("emette molta cenere che giunge fino al mare") è riportata nel 172 da Galeno, un medico greco che descrive le proprietà dell'aria secca del luogo creata da fuochi sotterranei. Dione Cassio riferisce di una violenta eruzione nel 203, i cui boati vengono uditi fino a Capua, a 40 km dal Vesuvio. Notizie di altre due grosse eruzioni avvenute nel 472 e 512 sono riportate da Marcellino Comite, cancelliere dell'Imperatore Giustiniano. Questi riferisce che il 6 novembre 472 "il Vesuvio, torrido monte della Campania che brucia di fuochi interni, ha vomitato le viscere bruciate; durante il giorno portò le tenebre con una polvere minuta sulla superficie di tutta l'Europa".

 


 


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